Il Processo di Kafka tradotto da Primo Levi. Il commento di Paolo Fiore

Sempre navigando tra i siti degli amici scrittori e, ancora una volta sul blog di Nicola Vacca ZONADIDISAGIO, ho trovato una soprendente lettura di Paolo Fiore alla ripubblicazione del Processo di Kafka tradotto da Primo Levi.

Con l’invitoa leggere il ricchissimo blog di Nicola Vacca mi permetto ripubblicare sul mio sito quanto scritto da Paolo Fiore e apparso su https://zonadidisagio.wordpress.com/2019/07/12/se-primo-levi-traduce-il-processo-di-kafka/ il 12 luglio 2019:

Parafrasando Croce, potremmo affermare che la letteratura è sempre letteratura contemporanea…come la Storia, soprattutto se è Primo Levi a tradurre letteratura di prima grandezza come Il processo di Kafka non potendo, ovviamente, prescindere dalla sua storia individuale come pagina tremenda della Storia Occidentale della Shoah.
Il processo è la prima opera della collana Scrittori tradotti da scrittori ideata dal 1983 da Giulio Einaudi nel 1983 e riproposta  dal Corriere della sera che coglie l’esigenza di stabilire una relazione tra autori di periodi diversi legati da molteplici affinità ma anche da differenze specifiche che restituiscono alla Storia un collante decisivo pur nella sua singolarità irripetibile.
“ Ora tradurre è più che leggere” scrive P. Levi nella Nota al suo lavoro “ da questa traduzione sono uscito come da una malattia “ poiché non ci si può limitare a scivolare sulle pagine ma bisogna penetrare tra le parole, nell’ordito stesso del testo, nelle fibre della cellulosa della carta, a cercare, come sosteneva W. Benjamin, scintille di senso ulteriore nelle parole sinonime di lingue diverse e strade parallele nelle loro specifiche sintassi.
E Levi lo fa da par suo, da scienziato, da chimico e aggiunge che, infatti, “ tradurre è seguire al microscopio il tessuto del libro, penetrarvi, restarvi invischiati e coinvolti”.
Ma tiene subito a marcare la sua diversità: “ Non credo che Kafka mi sia molto affine. Spesso in questo lavoro di traduzione ho provato la sensazione di una collisione, di un conflitto, della tentazione immodesta di sciogliere a modo mio i nodi del testo… però, ci rassicura, : a questa tentazione ho cercato di non cedere “ perché comunque “ Ci si fa carico di questo mondo stravolto, dove tutte le attese logiche vanno deluse”.                                                                  
Ma, e questo è il punto, nonostante il diverso temperamento caratteriale e dunque l’atteggiamento di fondo verso la vita, la vicenda personale di Levi ha un vissuto di assurdità e  paradosso pari a  quella kafkiana.
Letteratura e Storia qui si intrecciano e si avviluppano in modo sorprendente e angosciante.
 Il grande Processo  che si identifica con la vita stessa al di fuori di ogni attesa logica  si materializza nella Storia ripetendo l’evento tremendo ed inspiegabile per il quale, come scriverebbe Umberto Eco a proposito delle persecuzioni medioevali perpetrate in nome di una Verità disumana, “ ogni retta regola sembrava sciolta “ .
Tra i personaggi de Il processo uno soltanto, forse, ha una qualche autonomia: non gli uomini e le donne che tentano di scavarsi, nel labirinto in cui sono rinchiusi, degli effimeri ed illusori rifugi per un gioco di specchi che riflette e moltiplica la loro prigione nella prigione degli altri.


Non, tra gli altri, l’usciere e sua moglie, conniventi con e succubi dell’ingranaggio burocratico, non le guardie Franz e Willem che avevano arrestato Josef K. , percossi dalla stessa verga che simbolicamente avevano impugnato, in mano ora al picchiatore ,a sua volta indissolubilmente legato a loro, non l’avvocato e Leni, la sua domestica, che avrebbero dovuto evitare a Josef K. la prigione mentre rimangono tutto il racconto imprigionati in un luogo senza libertà anche senza la  privazione giuridica della libertà, non il sacerdote e il guardiano della Porta della Legge, suo dolente alter ego, che sembrerebbero possedere l’accesso alla Verità mentre le voltano semplicemente le spalle e meno che mai lui, il protagonista Josef K.
L’unico personaggio che ha, forse, una sua autonomia è  il pittore.
La sua radice è nella sua forza espressiva e quindi, in definitiva, nella sua forza linguistica.
Egli, potremmo paradossalmente affermare, rappresenta la Giustizia.
Nel duplice significato di rappresentazione pittorica e di rappresentante in sua vece.                                                                                                                                   I
l pittore, infatti, ha il potere di dare immagine all’uomo in generale ( e al giudice in particolare ) e quindi di rappresentarlo nella forma che gli viene richiesta, in una specifica narrazione, ma, proprio per questo, ha un potere su di lui e dunque paradossalmente sull’ esercizio della giustizia.
In questo senso la rappresenta in sua vece e può assicurare a Josef K. di poter intervenire nel processo e di manipolarlo.
La causa del processo è ignota ed è la vita stessa ad essere in causa così che Josef K.non si prepara a difendersi da un’accusa specifica ma a difendere l’intera sua esistenza.

E’ inutile rifugiarsi in una normalità irrimediabilmente perduta, fingere che non sia accaduto nulla.
Così nel Giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani l’eco del nazifascismo arrivava fittiziamente attutito. Quel muro incarnava la velleità di creare un porto franco dalla realtà e per questo servivano parole ad hoc.
La lezione di Wittgenstein in proposito è esemplare:  “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo !”.
Oltre non c’è nulla. Oppure dovremmo dire: c’è il nulla.                                                      

Il linguaggio sa essere anche perfido oltre che falso.


Slowa niewinne  ( parole innocenti ) si intitola, con amara ironia, un  vocabolario del nazismo, compilato dal filologo ebreo Nachman Blumental, che aveva subito l’assassinio della moglie e del figlio. In quel testo, come per un riscatto da quella atroce perdita, aveva elencato le parole del lessico quotidiano come Evakuierung ( evacuazione ) ed abgang ( uscita ) utilizzate cinicamente dal regime hitleriano per indicare la morte degli ebrei.
Ciò che è indicibile viene significato da ciò che è detto e ripetuto così tanto da risultare banale. La banalità del male, di cui ci ha parlato Hannah Arendt, consiste proprio in quest’aspetto “ quotidiano “ del Negativo, qualcosa che non solo ci è vicina ma ci abita. Il rischio pericoloso è la zavorra anche linguistica che trasciniamo una volta reduci da un’esperienza così tragica e quasi allucinatoria.
Questo spiega la necessità di parlare di una Letteratura delle macerie  da parte di molti intellettuali tedeschi del secondo dopoguerra, primo tra tutti Heinrich Boll, che volevano prendere le distanze da quella lingua distorta ed umiliata dal nazismo per ricostruirne una nuova e rivivificata.

E’ abbastanza recente la notizia che la casa editrice Einaudi, quando Levi aveva intenzione di pubblicare una raccolta fantascientifica dal titolo “ Storie naturali “ gli chiese di utilizzare uno pseudonimo.
Sembrava
inopportuno che la figura di P. Levi, autore di Se questo è un uomo potesse legare il suo nome ad un libro certamente più liberatorio ed  ottimista. Il personaggio Levi aveva fagocitato l’uomo Levi che avrebbe dovuto adeguarsi al rigore e all’ufficialità. Così Primo Levi viene trasformato nel Signor Malabaila. Egli alla fine accetterà ma si può immaginare quanto quest’evento abbia ulteriormente segnato la sua esperienza.

Dal nome della sua vita al numero disumano tatuato sulla carne nel lager fino allo pseudonimo quasi imposto per legare la sua identità alla Shoah e ad essa soltanto. Si può rimanere schiavi di una narrazione a senso unico… in un senso o in quell’opposto.
L’affrancamento dal personale processo della vita forse è impossibile.

Paolo Fiore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *